Trekking al rifugio Zamboni da Macugnaga

Trekking al rifugio Zamboni e al lago delle Locce

Trekking al rifugio Zamboni da Macugnaga

Il trekking al rifugio Zamboni e al Lago delle Locce è un’escursione semplice e adatta a tutti che, portandovi fino ai piedi del Monte Rosa, vi regalerà paesaggi mozzafiato.


È un trekking semplice quello che da Macugnaga conduce al Rifugio Zamboni e al Lago delle Locce. La bellezza dei paesaggi che si incontrano è, però, qualcosa di unico e straordinario: fa emozionare, riflettere e persino tremare le gambe. Protagonista indiscusso è il Monte Rosa, il gigante di roccia che sarà sempre lì, di fronte a voi, come un traguardo da raggiungere, sorprendentemente vicino eppure irraggiungibile.

Per chi frequenta le montagne dell’Ossola questo trekking al rifugio Zamboni è un grande classico e io stessa sono stata qui più volte da bambina, ma non ne avevo alcun ricordo. Tornarci dopo circa trent’anni, è stato molto emozionate: è stato come farlo per la prima volta, ma di tanto in tanto mi prendeva quell’assurda sensazione di déjà vu che mi confondeva, mischiando nella mia mente il nuovo con il conosciuto.
Di questa escursione amo la varietà di paesaggi e di terreni che si incontrano: boschi e grandi pascoli verdi, ma anche laghi, ghiacciai, neve e rocce, tutto in una manciata di chilometri. È un percorso che sorprende in continuazione e, ciliegina sulla torta, non presenta alcuna difficoltà tecnica e non richiede particolare attrezzatura.
Allora che ne dite: siete pronti ad abbracciare (almeno con la vista) il Monte Rosa?

 

Dove si trova la Valle Anzasca

Questa escursione al rifugio Zamboni vi porterà nel cuore Valle Anzasca, in Piemonte, precisamente nel Verbano-Cusio-Ossola. Tra le valli dell’Ossola la valle Anzasca è forse una delle più conosciute e blasonate grazie ai tesori naturalistici e culturali che custodisce.
Tesoro indiscusso di questa valle è la formidabile parete est del Monte Rosa, definita “himalayana” grazie ai suoi 2.500 m di dislivello e alla sua impressionante larghezza, unica tra le Alpi ad essere paragonabile al gigante asiatico. Trovarsi ai suoi piedi e cercare di individuarne le cime nascoste tra le nuvole è un’emozione che ricorderete.
Un’altro tesoro, questa volta in senso letterale, è la miniera d’oro della Guia, una miniera attiva tra il 1710 e il 1961, ora trasformata in un museo di cui è possibile visitare circa 1,5 km di gallerie riscoprendo la storia di questo durissimo e antico mestiere.
Ma la Valle Anzasca è importante anche in termini culturali dato che proprio qui si formarono le prime colonie Walser (insieme a quelle della Val Formazza). A testimonianza del passaggio di queste comunità rimangono i piccoli villaggi che riconoscerete facilmente grazie all’architettura tipica, caratterizzata da baite in legno scuro. A tal proposito vi suggerisco di fare un giretto nella splendida Macugnaga (il trekking parte praticamente da qui), un vero gioiello della tradizione Walser.

Come raggiungere Macugnaga

Per raggiungere la Valle Anzasca dovrete prendere l’autostrada A26 Genova-Gravellona Toce e seguire le indicazioni per il Sempione – Confine di Stato, fino all’uscita di Piedimulera. A questo punto proseguite sulla SS 549 della Valle Anzasca, fino a raggiungere il paese di Macugnaga.
Il tratto di statale è un po’ noiosetto, perchè la strada è stretta e tutta curve e in inverno capita spesso che venga chiusa causa smottamenti. Sono in corso dei lavori per allargarne alcuni tratti e creare un viadotto che taglierebbe un po’ di curve, ma al momento bisogna avere pazienza ed evitare di correre troppo!

 

Il percorso in breve

E ora veniamo al percorso di trekking che, dalla località di Pecetto, vi porterà fino al rifugio Zamboni e al Lago delle Locce.
Come dicevo all’inizio, l’escursione non presenta difficoltà particolari e non richiede attrezzature tecniche particolari; saranno sufficienti un buon paio di scarpe da trekking e un abbigliamento adeguato alla stagione.
La lunghezza totale è di circa 13/15 km  e il dislivello di circa 800m: scrivo circa perché io non l’ho fatto per intero e ho trovato informazioni contrastanti.
A tal proposito, la nota positiva di questo trekking è proprio il suo essere modulabile: poter scegliere quali e quante tappe fare lo rende realmente adatto a chiunque (di seguito troverete la descrizione dei vari moduli).
Fatta questa premessa ecco a voi le “misure” del mio trekking, così come registrate dal mio iPhone. Per quanto riguarda i tempi io me la prendo sempre con calma, quindi potrebbe essere anche meno.

Difficoltà: E
Distanza percorsa: 7,96km (partendo dal Belvedere)
Dislivello: 434 m.
Tempo totale: 4 ore e 20 minuti

Il trekking da Macugnaga al Lago delle Locce

 

Percorso da Pecetto al Belvedere

Il punto di partenza per questo trekking al rifugio Zamboni e al Lago delle Locce è Pecetto, una frazione di Macugnaga. Attraversate il paese di Macugnaga e seguite le indicazioni per Pecetto e per la seggiovia, alla partenza della quale troverete un ampio parcheggio a pagamento (non ricordo il costo, ma sono pochi euro).

La prima tappa sarà il ghiacciaio del Belvedere, che potrete raggiungere a piedi o in seggiovia.
Il percorso a piedi, di circa 2,8 km, è molto semplice perchè percorre parte delle piste da sci invernali lungo una comoda mulattiera, ma il dislivello di 550 m. si fa sentire, quindi la decisione di affrontarlo dipende dal vostro livello di resistenza.
Io e Marco non abbiamo avuto dubbi: seggiovia! Questo ci ha permesso di risparmiare un po’ di strada e soprattutto di salita lungo un tratto che non ci è sembrato paesaggisticamente molto entusiasmante.
La seggiovia si divide in due tronconi: il primo copre il tratto da Pecetto (1365 mt.) all’Alpe Burki (1613 mt.) e il secondo da qui fino al Belvedere (1914 mt.).
Altra alternativa è affrontare a piedi solo uno dei due tratti o, ancora, utilizzare la seggiovia solo per la salita: in questo caso ricordatevi di chiedere i biglietti di sola andata o per la tratta parziale.
Insomma, le opzioni sono molte e tutto dipende dalle vostre energie! Qui trovate i prezzi della seggiovia da Pecetto al Belvedere.

 

Dal Belvedere al rifugio Zamboni

Che ci siate arrivati a piedi o in seggiovia, la parte più bella del trekking si sviluppa su questo tratto che, attraversando ambienti diversi tra loro, è anche il più divertente.
Dopo esservi lasciati alle spalle la seggiovia incontrerete dei cartelli posti su un bivio. Seguite la traccia che va verso sinistra in direzione del ghiacciaio (se non ricordo male c’è anche l’indicazione “Rifugio Zamboni”). Questo breve tratto presenta una lieve salita e si sviluppa in un’area verde e boscosa.

Dopo un centinaio di metri la vegetazione si interrompe bruscamente e viene sostituita da pietre e detriti: benvenuti sul ghiacciaio del Belvedere!
Per essere precisi, si tratta della morena laterale destra, che dovrete ridiscendere di diversi metri lungo un tracciato a serpentina, per poi attraversare la lingua del ghiacciaio e, infine, risalirne la parete opposta.
Guardando le foto è probabile che vi chiediate dove sia il ghiaccio e, in effetti, qui non ce n’è traccia! Io stessa ho pensato che il Belvedere fosse un antico ghiacciaio ormai scomparso o disciolto, ma ovviamente mi sbagliavo. Il Belvedere è quello che si definisce un “ghiacciaio nero“, in cui il ghiaccio c’è ancora, proprio sotto ai vostri piedi, solo che è completamente ricoperto di detriti rocciosi. Il termine tecnico per questo fenomeno è debris covered glacier ed è sempre più diffuso a causa dei cambiamenti climatici.
Il paesaggio, di una bellezza fredda e grezza, ricorda un deserto nero che si allunga fino a fondersi con le pareti verticali del Rosa, segnate da lunghe lingue di ghiaccio e profonde cicatrici che spaccano la roccia.
Il tratto nella pietraia è breve e per nulla pericoloso, bisogna solo prestare attenzione a dove mettere i piedi onde evitare di lasciarci una caviglia (e vi assicuro che può succedere!) Non esiste un vero e proprio tracciato perché il ghiacciaio è in continuo movimento e da un anno con l’altro viene spostato, ma solitamente il tratto percorribile viene segnalato da paletti rossi.

 

 

Una volta guadagnata la sponda opposta della morena dovrete percorrerne la cresta, lungo un sentiero molto agevole e con pendenza quasi nulla. Questo tratto di strada è il mio preferito!
Alla vostra destra avrete la pietraia del Belvedere e a sinistra una conca verde e costellata di massi erratici che scende verso valle; davanti a voi, in lontananza, la verdissima Alpe Pedriola (dove si trova il Rifugio Zamboni) e a chiudere la vista il gruppo del Rosa con le sue alte cime innevate.
A causa di frane e smottamenti del cordone morenico il sentiero è stato interrotto e ricreato, qualche metro più sotto, lungo la parete sinistra. Al bivio del sentiero B42 per la Capanna Marinelli proseguite dritti, mentre alla successiva biforcazione potrete decidere a sentimento quale imboccare: entrambi conducono al Rifugio Zamboni, il primo scendendo nella conca, l’altro proseguendo sulla parete morenica. Noi abbiamo preferito prendere quello più in quota per avere un panorama più aperto, ma in ogni caso riuscirete a vedere in lontananza lo Zamboni.
La vostra gita potrebbe anche concludersi qui: gustatevi un bel piatto caldo allo Zamboni oppure passeggiate per l’Alpe Pedriola dove troverete tanti angolini tranquilli per fare un pranzo al sacco o schiacciare un bel pisolino prima di ritornare sui vostri passi.
Se, invece, avete ancora voglia di camminare proseguite fino al lago delle Locce come abbiamo fatto noi!

 

Evoluzione del ghiacciaio del Belvedere

Questo trekking vi condurrà su uno dei ghiacciai più affascinanti dell’intero arco alpino e credo, quindi, possa essere interessante una breve digressione sulla sua “natura”.
Il Belvedere viene alimentato dagli enormi flussi di ghiaccio provenienti dai ghiacciai del Rosa che si distendono nella conca originando la lingua del Belvedere. Nel 2000 il fenomeno si intensificò a tal punto da originare una surge, una piena glaciale che inspessì lo strato di ghiaccio al punto da fargli raggiungere e superare il livello dei cordoni morenici laterali. Questo fenomeno portò anche alla formazione di un lago, detto Effimero, che ora non esiste più, così come lo strato di ghiaccio che, negli ultimi anni,  si è assottigliato a tal punto da lasciare il posto a questa lunga pietraia delimitata dalle morene che in diversi punti, senza più il sostegno del ghiaccio, stanno collassando.
L’evoluzione dei ghiacciai è un fenomeno molto affascinante, capace di modificare radicalmente il paesaggio circostante ma, non essendo molto ferrata in materia, preferisco non dilungarmi oltre e lasciare a voi un eventuale approfondimento. Vi linko, però, un meraviglioso video realizzato proprio sul Belvedere (tra l’altro nei giorni in cui ci sono stata io!) durante una spedizione di fotografi e geologi che hanno dato vita a un progetto molto interessante, intitolato “Sulle tracce dei ghiacciai”. Insieme studiano gli effetti del cambiamento climatico grazie alle variazioni delle superfici glaciali, organizzando spedizioni estreme e davvero spettacolari. Buona visione!

 

Dal rifugio Zamboni al lago delle Locce

Nonostante fosse quasi ora di pranzo e il nostro stomaco brontolasse parecchio, noi abbiamo preferito proseguire senza pause verso il lago delle Locce, temendo che la digestione di un chilo di polenta potesse compromettere la nostra prestanza. Il lago delle Locce è, infatti, abbastanza vicino, ma il dislivello molto concentrato lo rende il tratto più duro del percorso.
Giunti in prossimità del Rifugio Zamboni, all’altezza di un ponticello di legno, dovrete proseguire seguendo le indicazioni per il lago delle Locce e attraversare l’Alpe Pedriola.
La prima parte del tragitto, in piano, si snoda tra rigogliosi pascoli disseminati di mucche che pigramente brucano l’erba all’ombra degli enormi massi erratici provenienti dai ghiacciai circostanti. Lo scenario è splendido e ricorda molto i verdi paesaggi della Scozia o dell’Irlanda, ma con il Monte Rosa all’orizzonte invece del mare!

 

Vi ritroverete, poi, ai piedi di una montagnola ricoperta di sassi simile a un piccolo vulcano ed è proprio lassù che dovrete arrivare.
Le foto non rendono l’idea, ma la pendenza è notevole, di circa 200 m, molto concentrati. Non c’è un vero e proprio sentiero e più che camminare dovrete quasi arrampicarvi, ma  i segnavia aiutano a orientarsi.
La salita per me è stata durissima, ma passo dopo passo, con la lingua che toccava terra e le ginocchia doloranti, sono miracolosamente arrivata sulla cima dove ero convinta di trovare il tanto agognato lago. E invece no! Per arrivare al Lago delle Locce bisogna fare un altro tratto di strada, in lieve discesa questa volta, su un pianoro erboso anch’esso disseminato di massi. E, finalmente, ecco il lago delle Locce, un spettacolo assoluto che ripaga della fatica di arrivare fin qui.

 

Il lago è piccolo e le sue acque immobili hanno un colore turchese intenso e lattiginoso, quasi denso. La parete est del Rosa era proprio di fronte a noi, gigantesca e fredda, con le sua rocce scure e ruvide, a tratti coperte dal ghiaccio. Le nuvole grigie coprivano le vette che sembravano arrivare fino in cielo. Era difficile distinguerle con chiarezza, ma sapevo che erano lì, proprio davanti a miei occhi: punta Gnifetti, Zumstein, Dufur, Nordend, Jegerhorn. Questi nomi austeri richiamano alla mente le imprese dei grandi scalatori che per primi si sono fatti strada su questo colosso e incutono un timore reverenziale, che fa venire voglia di inginocchiarsi, in segno di rispetto di fronte al coraggio di questi uomini e alla grandezza immane della natura.
Scattiamo delle foto, mangiamo una barretta di cioccolato per ritemprarci e rimaniamo una mezz’ora sdraiati su un masso per goderci questa meraviglia.
All’improvviso sentiamo un sinistro borbottio che, visti i nuvoloni, credevo essere un temporale in lontananza. Raccogliamo le nostre cose e ci prepariamo ad andarcene quando mi rendo conto che quel suono minaccioso non viene dal cielo, ma dalla montagna. È il ghiaccio che si crepa, i frammenti si staccano dalla massa principale e franano lungo le pareti di roccia producendo un rumore sordo che riecheggia nella conca: è la voce dei ghiacciai! 

La soddisfazione di essere arrivata fin lì, la bellezza del luogo… Per me è stata un’emozione incredibile.
E vi dirò di più: io non ho mai apprezzato la montagna, non l’ho mai capita e l’ho sempre trovata noiosa, ma stare qui mi ha fatto aprire gli occh, aiutandomi a coglierne il fascino. E se oggi, in questo blog, trovate una sezione trekking e natura sappiate che tutto è iniziato da questo momento!

 

Il rifugio Zamboni

Dopo questa scorpacciata di panorama non rimane che tornare sui propri passi, puntando dritti al rifugio e farsi una scorpacciata vera!
Lo Zamboni è un rifugio storico, costruito nel 1925 dalla SEM (Società Escursionisti Milanesi). Nacque come una semplice baita in cui dare ristoro agli sparuti escursionisti che si avventuravano qui, ma con l’aumento del turismo montano, alimentato anche dalle imprese dei grandi scalatori che il Rosa attirava, fu predisposto un secondo rifugio, lo Zappa, che venne collegato al primo dando vita a quello che oggi conosciamo come Rifugio Zamboni-Zappa.
Noi ci siamo ritrovati qui praticamente all’ora della merenda, quindi ci siamo limitati a due piatti di salumi e formaggi; le polentone con accompagnamenti vari sembravamo, però, molto invitanti. All’interno ci sono diversi tavoli, ma se trovate posto meglio stare sulla terrazza e godersi il magnifico panorama.
In alternativa potrete mangiare al sacco sui prati dell’alpeggio che circondano lo Zamboni, ma ricordatevi che i rifiuti vanno raccolti e riportati a valle.

 

Quando andare

Il rifugio Zamboni è aperto solo nei mesi estivi, ma l’Alpe Pedriola è accessibile in tutte le stagioni.
Io ci sono stata in pieno agosto e ho trovato un clima piacevolissimo e dei colori sgargianti, ma purtroppo pochi fiori. Essendo una gita “classica” ho incontrato parecchia gente sul sentiero fino al rifugio, ma una volta lì gli spazi sono tali che vi sembrerà di essere soli!
Le altre stagioni sono ovviamente più tranquille e ugualmente affascinanti, anche se non ne ho esperienza diretta.
La primavera ve la consiglio per godervi la fioritura dei rododendri che ricoprono i sentieri sulla morena (che in estate sono semplici cespugli verdi). L’inverno dev’essere spettacolare perché la neve qui è una certezza e si possono fare delle ciaspolate spaziali!
Mi incuriosisce molto anche l’autunno: qui non ci sono moltissimi alberi, ma poter ammirare il lago delle Locce prima che ghiacci del tutto, circondato dalle montagne completamente innevate immagino sia un vero spettacolo.

L’unica cosa che mi sento di consigliarvi è di vestirvi a cipolla in ogni stagione, anche in estate: al mattino fa decisamente caldo, ma tenete presente che qui il sole cala presto, o meglio, la parete del Rosa lo oscura presto e verso metà pomeriggio l’alpeggio e tutta la conca sono completamente in ombra e senza i raggi del sole l’aria diventa bella frizzantina!

Vi auguro di godervi questa escursione al rifugio Zamboni e al lago delle Locce come me la sono goduta io e, se ne avrete voglia, di raccontarmi nei commenti qualche vostro ricordo o impressione. Buona camminata!


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